Suoni Italiani

by Marco de Tilla

/
  • Streaming + Download

    Includes high-quality download in MP3, FLAC and more. Paying supporters also get unlimited streaming via the free Bandcamp app.

      name your price

     

1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.
10.

about

Marco de Tilla : double bass, arranger
Marco Sannini : trumpet & flugelhorn
Vincenzo Saetta : alto sax
Nicola Andrioli : piano
Leonardo De Lorenzo : drums

credits

released March 1, 2008

L’Italia è un paese che vanta una tradizione musicale fra le più qualificate e prolifiche al mondo, sia nel genere classico-lirico, sia nel genere leggero, testimoniata – oltre che dalla produzione artistica – anche dal numero di Conservatori di Musica molto elevato, circa 80, quasi uno in ogni città; vi è da dire però che anche il genere jazz – predominio della cultura musicale americana - da qualche lustro si è affacciato in maniera preponderante anche in Italia, non solo per la diffusione tra i giovani e gli adulti in qualità di ascoltatori, ma anche e soprattutto nella produzione artistica tanto che ormai la musica jazz è entrata a far parte a pieno titolo degli insegnamenti dei Conservatori, la cui funzione didattica si è resa interprete delle evoluzioni artistiche.

Il numero di persone che si avvicina a questa musica, sia da ascoltatori che da musicisti, sta crescendo a dismisura e ormai in Italia si possono trovare alcuni tra i migliori musicisti del mondo. Per fare giusto un nome, Gianluca Petrella, è stato negli ultimi anni nominato quale primo trombonista del mondo nella classifica downbeat, che è la più importante classifica mondiale di musicisti.

Si è evoluto a tal punto il jazz in Italia che è diventato addirittura uno stile, un modo di suonare che ha delle caratteristiche armoniche e ritmiche che si differenziano notevolmente dallo stile da cui è nato e che proviene dall’America. Eppure proprio agli italiani questo stile e tutto il lavoro discografico esistente è quasi sconosciuto. Nomi facenti parte della scena mondiale del jazz, come ad esempio Enrico Pieranunzi o Enrico Rava, sono quasi sconosciuti per gran parte non solo degli ascoltatori di musica, ma proprio dei musicisti stessi, che si concentrano per lo più sulla scena americana e fondamentalmente newyorkese di alcuni periodi della metà del secolo scorso.
Di converso, proprio il mondo ricco e fiorente del jazz italiano è spesso messo da parte.

Le mie scelte nell'elaborare questo progetto sono state dettate da un’analisi attenta di quali siano effettivamente gli obiettivi che si dovrebbe porre una persona che si avvicina al campo della musica nel nostro paese, prima di entrare in quegli strani meccanismi che poi obbligano quasi tutti a fare delle scelte dettate da esigenze lavorative più che musicali.

Ebbene, dall’analisi storica delle biografie e delle scelte artistiche dei musicisti famosi, sempre nell’ambito del jazz, a cui ci ispiriamo per prima cosa si nota in quasi ognuno di essi un’accurata ricerca di innovazione e creatività, senza però mai disprezzare il lavoro fatto dai predecessori, ma anzi creando una sorta di continuità con la musica del passato. Se poniamo l’attenzione sui grandi del jazz, ognuno di essi è un grande innovatore; i più importanti hanno creato dei veri e propri stili musicali e ognuno ha contribuito in parte all’evoluzione di questa musica: pensiamo a Louis Armstrong, a John Coltrane, a Miles, Charlie Parker, fino ad arrivare ai giorni nostri con Keith Jarrett, Pat Metheny, Joshua Redman, Dave Holland. Ognuno di essi ha sviluppato talmente la creatività da dare vita ad uno stile nuovo, come ad esempio il Be-Bop, lo Swing, l’Hard Bop, la Fusion, e creando delle vere e proprie correnti musicali. Questo è l’insegnamento più grande che ci hanno potuto dare i nostri avi nella musica, ed il mio lavoro odierno avrebbe potuto orientarsi sui loro temi allo scopo di mettere a frutto la mia creatività.

Il mio obiettivo è però quello della continuità del discorso storico-musicale, che quindi pone la mia attenzione sull’analisi della musica moderna, più che sulla musica delle origini, che costituisce il mio punto di partenza, per evitare un discorso parallelo a quello già esistente, pur sempre creativo poiché nasce dalla persona singola e su un binario differente, ma privo di passi in avanti rispetto a quello che già succede altrove. Ponendo il punto di partenza invece sulla produzione attuale si può tentare di fare qualche passo in avanti, anche se minimo, ma comunque il solo tentativo è già stimolante.
Terzo obiettivo è quello di relazionarsi con chi queste cose già le mette in pratica, e con persone soprattutto che appartengano allo stesso ambito socioculturale, perché ritengo estremamente difficile paragonarsi adeguatamente con persone che hanno una intelligenza culturale completamente differente dalla nostra, perché non si riuscirebbero mai a creare dei confronti reali.
Infine penso che per mettere a frutto il proprio lavoro senza perderlo nell’aria c’è bisogno di metterlo su carta. I Latini dicevano “Verba Volant, Scripta Manent”. L’unica differenza è che per un musicista lo scritto è per lo più la registrazione audio del proprio lavoro.
Dopo quindi aver analizzato questi obiettivi sono giunto alla conclusione di proporre alcuni arrangiamenti (creatività) di brani scritti da altri (continuità storica) musicisti italiani (relazionarsi con il presente) e registrarli (conservazione).

Così è nata l’idea di un disco sul jazz italiano.

* *
La mia produzione per l’occasione che mi si presenta nasce quindi in primo luogo con una ricerca sull’operato di alcuni jazzisti italiani contemporanei: uno studio quindi sulla produzione discografica di alcuni tra i più famosi nomi italiani, quali Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco ed altri. Da qui l’idea di fare un brano per ognuno di questi. Ovviamente suonare un brano di tutti i jazzisti italiani famosi sarebbe stata un’opera colossale, e quindi ho dovuto fare delle scelte dettate principalmente dalla mia idea personale della musica del disco, e poi anche dal fatto che alcuni, come ad esempio Danilo Rea, non hanno una grossa produzione compositiva alle spalle, ma sono per lo più dei bravissimi esecutori.
Una volta acquisita una conoscenza sommaria della produzione discografica italiana attraverso l’ascolto di decine e decine di dischi è iniziata a formarsi nella mia mente un’idea generale di come sarebbe dovuto essere il suono del disco e quindi anche un po’ l’organico da utilizzare: nasce l’idea di fare un disco in quintetto con tromba, sax alto e ritmica con il pianoforte. Ogni brano avrebbe dovuto essere in parte differente dagli altri e avrebbe dovuto prendere una strada a se stante: l’omogeneità viene data dai musicisti, che sono gli stessi in tutto il disco.

A poco a poco, con un ascolto attivo, la scelta dei brani da riarrangiare si veniva a formare; restava però il problema degli spartiti originali. Così ho dovuto fare una ricerca delle parti originali di questi pezzi, e così in parte acquistando libri, in parte da internet e in parte contattando semplicemente l’autore, sono riuscito ad avere tutti gli spartiti: il mio lavoro vero stava per incominciare.

Poiché il contrabbasso è uno strumento che fa parte della sezione ritmica ho pensato di direzionare tutti gli arrangiamenti per lo più su una componente ritmica: bene o male avevo deciso che il mio lavoro di arrangiamento sarebbe stato quello di andare a modificare più che altro il tempo o il ritmo di ogni brano, dando il benvenuto a tempi dispari o ritmi comunque contemporanei e cercando di sperimentare in questa direzione.

In alcuni casi poi ho stravolto completamente il brano dalla sua versione originale, mentre in altri casi ho più semplicemente gestito il brano da un’ottica differente rispetto all’originale, senza andare però ad intaccarne le caratteristiche principali. Il lavoro dell’arrangiatore è quello di prendere spunto dall’opera originale per realizzarne una propria versione, cercando di dare originalità senza andare ad intaccare troppo le caratteristiche di un brano, altrimenti non sarebbe più un lavoro di arrangiamento, ma di composizione. Così ho deciso che una volta individuato come modificare il fattore ritmico sarebbe stato proprio il nuovo ritmo a suggerirmi l’eventualità di cambi armonici o melodici, anche se ho tentato di rimanere fedele all’originale: ad esempio, una ballad potrebbe diventare un funk, ma alcuni accordi della ballad potrebbero non andare più bene sul nuovo ritmo, o potrebbero essere integrati da nuove armonie che andrebbero a rafforzare e a giustificare il nuovo tempo o comunque la scelta ritmica.

Una volta completato tutto il lavoro di personalizzazione o diciamo metamorfosi e adeguamento di ogni brano ho dovuto arrangiare le due voci, il piano, il contrabbasso e la batteria e assegnare ad ognuno parti ben precise, che mi avrebbero dovuto facilitare la registrazione in sala, poiché purtroppo avevo a disposizione solo due giorni per la ripresa e due per il missaggio, e per registrare dieci brani sono veramente pochi. Ho pensato quindi a quali sarebbero dovuti essere i musicisti che mi avrebbero accompagnato in questa impresa, in modo tale da sfruttare al massimo le caratteristiche di ognuno di essi consentendo a ciascuno di essi di stare a proprio agio sulla musica. Purtroppo non avendo la possibilità di provare non potevo pretendere dai musicisti cose troppo sperimentali, perché non potevo avere la certezza dell’effettivo funzionamento della musica, ma comunque ho preferito che facessero parte di questo progetto dei “fuoriclasse”, che magari sono più difficili da gestire, ma che comunque danno un tocco personale al prodotto, piuttosto di imbarcarmi in un gruppo più semplice da gestire, che però non avrebbe contribuito alla creazione e all’originalità del suono.

Ho chiamato quindi un batterista con il quale mi trovo molto bene e che ero sicuro che mi avrebbe aiutato molto a sviluppare al meglio le ritmiche che immaginavo, Leonardo De Lorenzo (la prima cosa per far funzionare un gruppo è che ci sia una base ritmica salda, come le fondamenta di un palazzo). Poi ho pensato a due solisti d’eccezione: quale miglior occasione per poter sfruttare le qualità solistiche e di arrangiatore di Marco Sannini se non quella di farlo suonare all’interno del disco, così da carpirne sul campo le qualità artistiche e lavorative, nonché la grande esperienza. Vincenzo Saetta al sax contralto è il secondo solista … il nome già fa capire tutto: Vincenzo è un solista eccezionale, dotato di una tecnica invidiabile e di una spiccata sensibilità melodica e ritmica. Infine Nicola Andrioli, pianista pugliese trasferitosi a Parigi, è quello che lega tutto il discorso musicale con i suoi voicings moderni e ariosi, con la sua fortissima sensibilità ritmica e armonica, un vero talento.

Finito il lavoro da arrangiatore ho dovuto mettermi a studiare sul contrabbasso tutti i brani per poi affrontare in sala questi due giorni in cui avrei dovuto cercare di essere tutto me stesso e allo stesso tempo controllare che ognuno eseguisse la propria parte secondo la mia visione generale della musica, e questa è davvero il grande stimolo.
Infine l’ultimo lavoro, ma certamente non meno importante degli altri, è quello di editing e missaggio delle tracce audio, che ho fatto in sala insieme al tecnico del suono per curare i livelli di ascolto degli strumenti, l’equalizzazione dei suoni e l’ambiente.

Vi ringrazio dell’attenzione e buon ascolto.

tags

license

all rights reserved

about

Marco de Tilla Salerno, Italy

Studies: R.Zurzolo, E.Calzolari, A.Vigorito, F.Di Castri, P.Leveratto, D.Deidda

Masterclass: D.Holland, L.Grenadier, S.Colley, B.Tommaso, D.Oatts, D.Rea

Collab: A.Faraò, N.Winstone, P.Fresu, J.Girotto, E.Cisi, D.A.Gross, A.Rudolph

Festivals: Prishtina (KOSSOVO), Marsiglia (FRANCE), Damasco (SYRIA), Ravello, Villa Celimontana, BJCEM, Pomigliano Jazz

Teaching: Conservatorio di Napoli e Potenza
... more

contact / help

Contact Marco de Tilla

Streaming and
Download help